“Blog, che ci fai ancora qui come se fosse il 2008?”
Il blog è come l’ultimo dinosauro sulla terra, che di estinguersi, proprio non ne vuole sapere.
Come una vespa che, anche dopo averla schiacciata sotto la ciabatta, continua imperterrita ad agitare le zampe e il pungiglione.
È come quel vecchio nonno che ha più anni che capelli in testa, ma continua a bestemmiare anche a Natale, e a tracannare grappini come se fossero limonate.

Eppure, il fatto che qualcosa esista non significa che ciò sia ancora utile o attuale.
Oggi infatti ci ostiniamo a voler tenere in vita anche cose che dovrebbero essere sparite da tempo dalla faccia della terra, tipo l’Ordine dei Giornalisti, le audiocassette e il Movimento Cinque Stelle.
Quindi, in buona sostanza…
Vale ancora la pena creare un blog oggi, quando chiunque si può buttare su Youtube, Twitch o Tiktok e vomitare un video dietro l’altro, a volte raggiungendo dal nulla anche migliaia di persone?
Ha senso impegnarsi a scrivere contenuti lunghi in un’epoca dominata dalla carenza cronica di attenzione?
È ancora una buona idea impelagarsi con WordPress e sostenere le spese di un dominio, di un hosting e di tutti i software necessari per far funzionare un sito, quando puoi fare tutto aggratis sui social?
Risposta breve: lo è.
Anzi, con i tempi che corrono e si prefigurano ne avrà sempre di più.
Perché se sei un professionista o un’azienda, il blog può essere il tuo miglior venditore.
Se ti piace scrivere e hai qualcosa da dire, il blog è il tuo migliore palcoscenico.
E se ciò che devi dire può far irritare qualcuno, il blog è il tuo ombrello e il tuo impermeabile contro i gavettoni di letame che inevitabilmente ti pioveranno addosso.
Se non hai colto il significato dell’ultima frase e vuoi andare più a fondo, ti aspetta la risposta lunga.
Perciò, indossa il tuo costumino giallo da Borat e i tuoi migliori stivali impermeabili e preparati, perché sto per portarti nella…
La palude digitale. Pregi e difetti delle alternative al blog.
Ti dico la verità: mettere in piedi un blog tipo questo (che pure è abbastanza semplice e bruttino) è una seccatura.
Parlo da persona che usa WordPress per scrivere articoli per lavoro. Quindi, posso immaginare che per chi è ancora vergine possa essere una sbatta insostenibile.
Specie se si pensa a quali sono le alternative.
Instagram, Youtube, LinkedIn, Tiktok… pure quella vecchia sputacchiera delle emozioni negative di Facebook: con queste piattaforme in meno di 5 minuti hai una pagina o un canale, e puoi già metterti a pubblicare.
Chi te lo fa fare di impelagarti con WordPress, Elementor, ottimizzazione SEO, cookie policy e autorisponditori, quando con pochi clic puoi passare dall’idea alla creazione del contenuto su un qualsiasi social?
Perché invece non aprire un bel profilo Instagram, magari abbinato a Tiktok, e spammare video come se non ci fosse un domani, puntando magari sulla botta di viralità per diventare famosi?
Tanti i motivi sono per non compiere questa scelta, giovane padawan.
E ora li vedremo tutti, a partire da…
I problemi dei social
Ho un problema. Devo elencare i problemi dei social e non so da dove iniziare… perché sono fottutamente tanti.
Iniziamo dagli argomenti che tiro fuori spesso per lavoro, quando parlo di queste cose con colleghi e imprenditori.
Reach ridicola e contenuti usa-e-getta
Uno dei grossi problemi dei social è che, a meno che non esci li sordi su base costante, i tuoi contenuti non li vede nessuno.
Tolto forse Tiktok, che comunque non ho mai usato in vita mia, né probabilmente mai userò, ogni contenuto raggiunge organicamente solo una piccolissima, micragnosa parte di chi ti segue, assieme a pochi altri.
Il risultato è che, anche producendo buoni contenuti, ci possono volere anni per raggiungere un quantitativo accettabile di follower.
Questo di per sé potrebbe non essere un problema se come me non vuoi fare l’influencer e te ne frega una beata di raggiungere milioni di persone.
Qui semmai il vero problema è che tutto quello che pubblichi vive poche ore, e poi sparisce per sempre dai radar.
Nel senso che nessuno lo vedrà mai più nel suo feed, perché le piattaforme tendono a privilegiare i contenuti più recenti.
Quindi, tu lavori duro per partorire un’idea, la pubblichi nella miglior forma possibile, magari perdendo del tempo anche a creare l’immagine o editare il video…
E dopo qualche ora, puff!
Sparisce nel nulla come la prima media che bevi dopo l’allenamento.
Ora, a questa regola ci sono due eccezioni: LinkedIn e YouTube.
Su LinkedIn i contenuti vivono di più. Se crei contenuti che piacciono e hai un buon seguito, verranno visti anche dopo più di una settimana dal momento in cui li hai pubblicati.
Il che è ottimo se vuoi parlare con un pubblico presente su quella piattaforma, perché non sei obbligato a vomitare un contenuto dietro l’altro come dovresti fare su Twitter, Facebook e Instagram.
Te ne bastano meno, io consiglio da uno al giorno fino a un minimo di 3 alla settimana.
Anche se il top, in quanto a piattaforma, resta ancora Youtube.
Più che un social, è un motore di ricerca.
La gente ci va, e cerca di tutto, dai vari “how to…” a contenuti più di intrattenimento. E questo lo rende ottimo per farti scoprire da chi non ti conosce.
Non è facile crescere, ma se pubblichi contenuti buoni, questi continueranno a essere visti dalle persone anche dopo anni.
Comunque, tolto Youtube, tutte le altre piattaforme ti obbligano sostanzialmente a viverci dentro. A pubblicare ogni giorno, o quasi.
Perché quando smetti di pubblicare, smetti di essere rilevante.
E questo, se vuoi costruire qualcosa di concreto e durevole, è un grosso difetto.
“Aiuto, mi anno rubbato l’accaunt!1!”
Ahimè, succede sempre più spesso.
Basta distrarsi un attimo e cliccare sul link sbagliato, o essere poco sofisticati con la password, e ti ciulano l’account.
Generalmente, a chi ti frega l’account fottesega di quanto ti sei fatto o fatta il coolo per costruirti la tua presenza online.
Cancellano tutto, e iniziano a usare il tuo account per sponsorizzare prodotti per l’allungamento del pendolo, criptomonnezza, schemi Ponzi e altra roba simpatica ma estremamente scammosa.
Solitamente l’assistenza delle piattaforme tende ad aiutarti a recuperare l’account, ma mai troppo alla svelta.
Possono passare anche settimane, e nel mentre l’hacker continua a fare le sue zozzerie sul cadavere del tuo account social, senza che tu possa fare nulla.
Insomma, oltre alla menata di non poterlo utilizzare, pure un tremendo danno d’immagine.
Certi social sono estremamente tossici
Non parlo di Tiktok e Twitter (sì, lo chiamo ancora così), ma ad esempio Facebook, Instagram e LinkedIn possono essere estremamente tossici.
Su Facebook è pieno di boomer, incel, nazi-femministe, frustrati e complottisti che riversano tonnellate di odio gratuito verso chiunque non la pensi come loro.
Su Instagram la situazione non è così drammatica.
Però è il regno della falsità, e diverse ricerche hanno dimostrato come questa specifica piattaforma sia responsabile dell’insicurezza e degli attacchi d’ansia di molti giovani.
Inoltre è pieno impestato di bot.
E LinkedIn?
LinkedIn è di gran lunga il mio social preferito.
È quello che uso di più, e su cui ho conosciuto tanti professionisti in gamba.
E per assurdo ha un clima anche fin troppo civile.
Se comunichi in modo un po’ frizzantino, o se osi essere in disaccordo su qualcosa, fa subito strano.
Laddove sotto il post medio di Facebook è pieno di gente che si scanna, su LinkedIn è pieno di complimenti, “sono d’accordo” e “bel post”..
Tutti si stringono la mano, più eleganti e sorridenti che mai, ma anche rigidi.
Rigidi come i manichini di uno showroom di scope rettali.
Per carità, posso anche capirlo dopo che tanta gente s’è scottata con quella sputacchiera delle emozioni negative che è Facebook.
Però il risultato è che dai una rapida sgrullata al feed, e sotto alla maggior parte dei contenuti è pieno di gente che lucida il perineo all’autore del post.
Il che potrebbe essere anche piacevole all’inizio, ma alla lunga diventa stucchevole.

Dove c’è la massa, c’è mediocrità
In America dicono e fanno un sacco di cazzate (infatti è per questo che ci piace), ma quando si parla di marketing, c’è da stare muti e spalancare i padiglioni auricolari.
Un concetto che torna spesso, da guru, formatori e marketer di tutte le forme, colori e orientamenti sessuali è:
“Zig when others zag”.
Ovvero: guarda cosa fanno gli altri, e fai tutt’altro.
Perché la maggior parte delle persone è povera, infelice e non ottiene risultati rilevanti nella vita e nel lavoro.
Quindi, se vuoi distinguerti in ciò che fai, ok essere sui social per sfruttarli come palcoscenico, ma devi anche essere disposto o disposta a fare qualcosa che gli altri non fanno.
Compreso aprire un blog.
Sui social sei il prodotto e l’ospite (a volte pure sgradito)
Questo è di gran lunga il problema più grave.
Sui social sei sempre l’ospite.
Di Elone Muschio, di Marco Zuccherbergo, del governo cinese (Tiktok) e di Skynet (Youtube).
Ora, spegni un secondo le notifiche, chiudi gli occhi e pensa fortissimo alla domanda che sto per farti:
Sai cosa significa il fatto che le piattaforme social sono gratuite?
Principalmente, due cose:
1 – Che TU sei il prodotto. I tuoi dati personali e ciò che fai nella piattaforma come utente verranno usati per mostrarti pubblicità, farti comprare roba più o meno utile e orientare le tue decisioni in modo più o meno etico
2 – Che sei ospite in casa d’altri. Il tuo profilo, la tua pagina e quello che fai nella piattaforma sono di proprietà della piattaforma.
Il che significa che, proprio come nella parabola del tacchino induttivista, se oggi Elone e Marco sono contenti di coccolarti e ricoprirti di lussuriose carezze nel loro lettone matrimoniale, non è assolutamente detto che continueranno a esserlo anche domani.
Specie se comunichi in modo frizzantino, dici cose che vanno contro il Pensiero Unico che va di moda in quel dato momento, o semplicemente fai marketing in modo un po’ troppo efficiente…
Loro possono premere quel bel pulsantone che hanno sul comodino, e nuclearizzare il tuo account in 0,2 secondi, assieme alle tue prospettive di guadagno con esso.
E non ci puoi fare nulla, perché la piattaforma è loro.
Quando accetti i termini e condizioni del servizio, c’è scritto chiaramente che è loro diritto sospendere o interrompere il tuo account quando ne hanno voglia.
Il più grosso vantaggio del blog e degli altri strumenti dove puoi spatronecciare
Dato che siamo in piena epoca della Cancel Culture, la soluzione migliore se vuoi evitare di essere cancellato, o cancellata dalla folla di scimmie urlanti è quella di puntare anche – e soprattutto – su risorse proprietarie.
Ovvero, costruire:
- un sito internet
- una lista di contatti e-mail
- e, ovviamente, un bel blog
Su queste piattaforme puoi dire e fare senza paura tutto quello che vuoi e che non è vietato dalla legge.
Nessuno potrà toglierti il pubblico che hai costruito, bannarti, o cancellarti.
Se pensi di non correre il rischio di cancellazione, va’ a chiedere a Trump o alle aziende di sigarette cosa ne pensano dei social.
Vai a chiedere a chi vende alcol o secs toys quanto sia facile avere una presenza online.
E non mi interessa se stiamo parlando di personaggi o business che qualcuno trova discutibili.
Il punto è questo:
“Il fatto che tu oggi possa fare su Facebook quello che stai facendo, o dire quello che stai dicendo è assolutamente irrilevante.“
Le cose potrebbero cambiare già da domani, e chi pensa il contrario è solo l’ennesimo tacchino induttivista che finirà arrosto il giorno del Ringraziamento.
Basta che cambino le policy della piattaforma, che tu o qualche tuo stagista sottopagato vi lasciate scappare qualche dichiarazione che non piace alla Polizia Morale, o che Marcolino si svegli con il cəzzo girato, e sei fuori.
Da un giorno con l’altro.
Bella roba, vero?
Per questo, oggi più che mai è fondamentale avere una, anzi, più piattaforme proprietarie: dei luoghi sicuri, dove puoi dire e fare tutto quello che ti pare e che non è illegale, senza il rischio di cancellazione.
Il vero ruolo dei social per chi ha un blog
Con tutto questo, intendo dire che dovresti abbandonare i social?
Nay!
Una delle conseguenze più spiacevoli della situazione di non-dialogo creata dai social, dai forum e più in generale dalla comunicazione asincrona per iscritto è che se critichi qualcosa, le persone sono convinte che tu lo reputi una medda al 100%.
Non è così.
Il mondo reale non è o bianco, o nero.
Esistono anche le scale di grigio.
Certo, Facebook è pessimo per collegarsi e mantenere relazioni con persone lontane (ovvero il motivo per cui era nato).
Ma è ancora un buono strumento per fare pubblicità, pur con tutte le mutilazioni che ha subito negli ultimi anni.
E così pure il resto del carrozzone social.
Se hai un business e riesci a usare i social per vendere direttamente, buon per te.
Ma pensare di utilizzare solo quelli per vendere è equivale a dire che costruire un palazzo sulla sabbia sia una buona idea.
Perché le cose potrebbero cambiare domani, la piattaforma potrebbe chiudere, eccetera.
Dati i problemi sopra evidenziati, il miglior utilizzo a lungo termine dei social è quello di attirare l’attenzione verso di te, agganciare le persone ed infine portarle dentro al TUO mondo.
Sito, email, e ovviamente anche il nostro amato blog.
E questo vale sia che tu abbia un business (fisico o online, è indifferente), un personal brand da coltivare, o anche che tu voglia semplicemente fare divulgazione su un argomento di tuo interesse.
Perciò, approfitta del fatto che quasi tutti usano i social, e sfruttali per spostare la discussione, e la relazione dentro a…
Il tuo privè personale
Il blog e la tua lista email sono il tuo privé.
Quello stanzino buio, con la luce soffusa, musica piacevole di sottofondo e divanetti comodi, in cui tu e il tuo pubblico vi ritirate a fare le vostre cose in santa pace.
Senza temere molestie da parte di nessuno.
Perché un conto è quando il tuo pubblico ti legge nel bel mezzo del suo newsfeed, tra una sgrullata e l’altra, quando è circondato da centinaia di distrazioni tra modelle/i con le natiche al vento, gattini, meme, complottisti, nazi-femministe, marketer molesti e puttanate varie.
Un altro paio di banane è se quel pubblico ti legge in un ambiente in cui ci sei solo tu, come può essere una tua email o il tuo blog.
E questo è il punto preciso dove si crea la relazione.
Perché con i social puoi attirare le persone, e mantenere una flebile traccia di contatto…
Ma sono come un rave in una zona di periferia: c’è casino, per terra è un disastro di cartacce, siringhe e cocci di vetro, e in giro è pieno di drogati che fanno cose strane.
E se vuoi andare oltre nella relazione e fare una “proposta di fidanzamento” al tuo pubblico, se vuoi davvero che le persone si sentano appiccicate a te e ai tuoi contenuti, ti servono due cose:
1 – contenuti interessanti in quantità, e possibilmente lunghi
2 – e soprattutto un luogo dove goderseli senza distrazioni, magari senza sporcizia e senza tossici attorno.
Insomma, il tuo piccolo privé personale.
Un blog ti obbliga ad andare più a fondo
Se sei un professionista che vuole continuare a migliorare la propria competenza tecnica, o semplicemente qualcuno che ha una passione e vuole saperne di più, questo punto è per te.
Scrivere un articolo di blog richiede ben altro impegno rispetto a buttar giù un semplice post.
Per fare un post (male) basta Googlare per 5 minuti, trovare quello che vuoi dire, chiedere a ChatGPT di riscrivere il testo ed editare.
Per scrivere un articolo serve un bel po’ di conoscenza in più, anche solo per scegliere di cosa parlare e di cosa non parlare.
Quindi ogni volta che voglio scrivere un articolo su qualcosa, a meno che non sia un argomento che mastico quotidianamente (come in questo caso) devo andare più a fondo.
Sia col ragionamento, che documentandomi di più.
E quindi lo posso sfruttare come pretesto per:
- Confrontarmi con quello che so sull’argomento
- Farmi un’idea più precisa del mio punto di vista sulla cosa
- Fare collegamenti mentali con altri argomenti (aiuta la memorizzazione e l’apprendimento)
- Obbligarmi a studiare e approfondire più a fondo quello di cui voglio scrivere.
E questa è probabilmente una delle tecniche di apprendimento più efficaci, ma sottovalutate, che io abbia mai sperimentato. (se ti interessa l’argomento, ti consiglio di leggere “Vince chi Impara” di Alessandro De Concini, un libro utilissimo e molto scorrevole).
Perché leggere varie fonti, rileggere, organizzare i pensieri e metterli per iscritto, non solo ti aiuta a comprendere meglio ciò che fai.
Ma lo inchioda a fondo nei tuoi ricordi.
E la documentazione stessa ti permette di espandere i tuoi orizzonti sul tuo lavoro o la tua passione, e di scoprire sentieri che prima non avevi visto.
Un blog aiuta a costruire una solida presenza online
A differenza dei social, dove tutto svanisce dopo poco tempo, i testi del blog restano lì, finché morte dell’hosting non ci separi.
Questo significa che se produci tanti contenuti, e/o lo fai per tanto tempo, il tuo blog diventerà la testimonianza vivente di quanto ne sai sugli argomenti in esso trattati.
Questo da solo è importante, sia che tu sia un’azienda o un professionista che usa i contenuti per vendere, sia che tu l’abbia aperto per hobby..
Oggi molte persone si formano online, sia sui videocorsi, che su piattaforme come Youtube e i blog.
Quindi, se i tuoi contenuti sono fatti bene, le persone inizieranno a riconoscerli come autorità nel tuo settore.
Avere una produzione costante e duratura di contenuti ti permetterà di creare una connessione con i lettori che condividono interessi simili.
Alcuni di loro ti scriveranno per ringraziarti. Pure i tuoi concorrenti inizieranno a studiare da te.
E prima o poi, anche i motori di ricerca si accorgeranno di quello che stai facendo, e potrebbero premiarti con posizioni sempre più in alto nella pagina dei risultati.
Se fai le cose per bene, noterai che questo si accompagnerà in vendite più facili (Se vendi qualcosa), e in un aumento delle attenzioni che ricevi dal tuo mondo.
Perché i social possono essere il tuo megafono, ma il blog è la vera spina dorsale della comunicazione.
Che sia per lavoro o per hobby, ci sono solo vantaggi nel costruire una solida e duratura community di persone genuinamente interessate a quello che fai.
Parola d’ordine: originalità
La parola d’ordine, sia per il blog che per qualsiasi altra forma di comunicazione personale e aziendale, è essere originali.
Perché diciamoci la verità: oggi su Internet c’è già tutto.
Non c’è veramente bisogno di un altro sito aziendale, un altro blog, un altro canale Youtube o un’altra pagina social.
Nessuno sta morendo dalla voglia di leggere, guardare o ascoltare quello che devi dire tu, per partito preso.
Se vuoi guadagnarti il “diritto di soggiorno” nel tempo dei tuoi potenziali clienti e fan, se vuoi che ti paghino attenzione (come dicono molto appropriatamente in UK), devi dire le cose in modo rilevante.
Comunicare in un modo che gli altri non fanno.
Parlare di cose di cui gli altri non vogliono, o hanno addirittura paura di parlare.
Io ad esempio farò parecchi riferimenti trash, politicamente scorretti e ricchi di umorismo nero, anche parlando di argomenti lavorativi.
Perché nel mio settore non lo fa quasi nessuno.
Ma soprattutto, perché così è come sono fatto, e così è come comunico tutti i giorni.
Non mi devo sforzare.
Perché se ti sforzi, si vede subito che è tutta una finzione.
Se ti autocensuri, se cerchi di adottare un tono neutro per “sembrare professionale”, sarai automaticamente uguale a tutti gli altri, e quindi irrilevante.
Oltretutto, se ti autocensuri stai mentendo alle persone.
Comunichi di essere in un determinato modo, e poi quando ti incontrano o ci hai a che fare, le persone scoprono che sei qualcos’altro.
Pensi sia qualcosa che ti aiuterà a vendere di più, o apparire una persona migliore?
Tutto il contrario.
Se fingi e le persone lo scoprono, ti volteranno la schiena per sempre.
Che tu lo voglia o no, il modo in cui comunichi tenderà sempre ad escludere qualcuno. Anche se usi l’autoproclamato “linguaggio inclusivista”.
E dato che è impossibile piacere a tutti, meglio impostare la comunicazione sul tuo blog in modo da attirare le persone che la pensano come te, o che comunque non sono infastidite dal tuo modo di essere.
Del porco non si butta via niente
Concludendo, e rispondendo alla domanda iniziale, sì, vale ancora un sacco la pena scrivere un blog.
Per tutto quello che ho elencato, e per molto altro, compresa una motivazione di “economia di scala dei contenuti”.
Conosci il detto, no?
“Del porco non si butta via niente.”
Ebbene, ogni articolo di blog è come un bel porco adulto.
Di quelli a 4 zampe, s’intende.
Una volta che l’hai fatto ingrassare ben bene, lo puoi sacrificare sull’altare del Dio dei contenuti per ricavarci tanti bei salumi:
- un video Youtube sullo stesso argomento
- tanti microargomenti per reel
- caroselli per Instagram o LinkedIn
- Post a non finire
- Stories idem
Insomma, ti impegni una volta a creare il contenuto lungo e poi con un piccolo sforzo extra hai materiale per tutto il resto della tua presenza online.
È quindi un ottimo investimento, sia nel breve che nel lungo termine.
L’unica cosa che ti serve è trovare la voglia di costruirne uno, e di metterti a scrivere.
E se non ce l’hai e sei un’azienda, piuttosto che rinunciare a tutti questi benefici, paga qualcuno che lo faccia al posto tuo.



